In inverno un'ottima guida per la nostra ultima passeggiata celeste è la costellazione di Orione. Le tre stelle che formano la cintura del mitico cacciatore, chiamate anche "i tre re", puntano verso l'alto su Aldebaran, nel Toro, e verso il basso su Sirio, nel Cane Maggiore. L'allineamento di altre due stelle di Orione, Rigel e Betelgeuse, guida lo sguardo alla costellazione dei Gemelli, mentre la linea Bellatrix-Betelgeuse ci dirige verso Procione, brillante stella del Cane Minore. Alta nel cielo spicca luminosissima Capella, stella quasi circumpolare per l'Italia, nella costellazione dell'Auriga proiettata sulla Via Lattea.
Incominciamo a esplorare proprio ORIONE, sicuramente la costellazione più spettacolare e conosciuta di tutto il cielo, che domina le notti invernali e comprende 120 stelle teoricamente visibili a occhio nudo da cieli bui. La più brillante, Alfa, è Betelgeuse, “la spalla del gigante”: undicesima stella del cielo per luminosità, è la stella prototipo delle giganti rosse.
Beta è Rigel, “la gamba del gigante”. Brilla di luce bianco-azzurra, con un telescopio è possibile scorgere una compagna, che è a sua volta una stella doppia. Gamma è Bellatrix, “la combattente”.
La stella superiore della cintura è Delta, diventata celebre nel 1904 quando osservandola si ebbe per la prima volta la conferma dell'esistenza di materia interstellare (gas e polveri). Epsilon, stella centrale della cintura, è Alnilam; è una supergigante che appartiene all' “associazione stellare” di Orione, un vasto gruppo di stelle nate tutte insieme in questa regione della Via Lattea. La stella più bassa della cintura è Zeta: appartiene a un sistema triplo ed è circondata da suggestive nebulose chiare e oscure, tra le quali la celebre B 33, chiamata per la sua forma “Testa di cavallo”. Benché sia visibile soltanto se il cielo è limpidissimo e buio e con telescopi dai 30 cm in su dotati di filtri, la nebulosa Testa di cavallo gareggia con il “Sacco di carbone”, nel cielo australe, per la fama della più bella nebulosa oscura. A renderla così fotogenica è il fatto che si staglia sullo sfondo di una nebulosa chiara più lontana.
Menzioniamo un'ultima stella interessante di Orione, Iota, che appartiene a un sistema triplo alla portata di un piccolo telescopio.
In Orione si trova la più bella, brillante e studiata nebulosa a emissione. Già ritratta da Huygens in alcuni disegni del 1656 e poi classificata da Messier come M 42, è conosciuta come “la grande nebulosa di Orione” e avvolge la stella Theta, un sistema multiplo di giovani astri nati nel grembo della nebulosa. Le stelle principali di questo sistema sono quattro e formano un piccolo trapezio di supergiganti azzurre.
Scendendo sotto l'equatore celeste, passiamo ora al CANE MAGGIORE: qui l'occhio è subito attratto da Sirio, la stella più brillante del cielo. Si dice che quando culmina sul meridiano, cioè raggiunge il punto più alto sull'orizzonte, alla mezzanotte del 1º gennaio, sotto i cieli bui delle Ande la sua luce sia sufficiente a proiettare delicatissime ombre. Il nome Sirio deriva dal greco “seirus”, cioè “che fa appassire, inaridire”: il sorgere all'alba di Sirio al tempo dei greci coincideva infatti con i giorni più caldi dell'estate. Da qui la parola ancora in uso “canicola”, dai nomi delle due costellazioni Cane Maggiore e Cane Minore. Sirio ha un notevole moto proprio: in 1350 anni percorre tra le altre stelle un angolo pari al diametro apparente della Luna piena. Grazie a questo sensibile spostamento Edmund Halley, nel Settecento, paragonando la posizione di Sirio con quella attribuitagli da Tolomeo e facendo osservazioni simili per Aldebaran, nel Toro, scoprì che le stelle non sono “fisse”, segnando una svolta fondamentale nell'astronomia.
Sirio B è una compagna di Sirio la cui scoperta ha aperto un nuovo capitolo dell'evoluzione stellare. È fuori portata per i telescopi amatoriali perché sovrastata dalla luce della stella principale, ma la sua presenza fu intuita da Bessel nel 1844 per le perturbazioni gravitazionali che facevano deviare leggermente il moto proprio di Sirio. Finalmente nel 1862 l'ottico Clark riuscì a scorgerla mentre stava provando un nuovo obiettivo da lui lavorato (di 47 cm di diametro), che è tuttora in uso al Dearbon Observatory, Illinois. La cosa strana di Sirio B era che questa stella, pur avendo una massa paragonabile a quella del Sole, risultava 400 volte meno luminosa. Nel 1915 Adams stabilì che si trattava di una “nana bianca”: una stella di piccolissime dimensioni (20 km di diametro, circa il doppio della Terra), con una temperatura di 9000 gradi e un'altissima densità (sulla Terra un centimetro cubo di Sirio B peserebbe 3 tonnellate). Le nane bianche rappresentano l'ultimo stadio evolutivo di stelle con massa simile a quella del Sole.
In una notte buia, M 41 è un ammasso aperto facilmente individuabile a sud di Sirio. Già segnalato da Aristotele come “macchia nebulosa”, fu risolto in una “congerie di piccole stelle” da Messier nel 1756.
A nord dell'equatore troviamo il CANE MINORE, dove purtroppo non c'è molto da vedere. Notevole è solo la stella principale: Alfa è Procione, dal greco “che precede il cane”, in quanto sorge prima dell'altro cane celeste, il Cane maggiore. Anche Procione ha un moto proprio vistoso, di poco inferiore a quello di Sirio e curiosamente, come Sirio, ha per compagna una nana bianca e simile è anche la storia della sua scoperta. Nel 1861 Auwers aveva osservato periodiche variazioni del moto proprio di Procione, deducendo l'esistenza della compagna, ma solo nel 1896 Schaeberle riuscì a individuarla, grazie a un telescopio rifrattore di 91 cm.
Rivale di Orione per fascino e ricchezza di oggetti è la costellazione del TORO. L'attenzione cade subito su Alfa, la famosa Aldebaran, “l'inseguitrice”, in quanto segue il gruppo locale delle Iadi, o forse le Pleiadi, a seconda del punto di vista.
La costellazione del Toro è arricchita da due ammassi aperti di stelle fresche di formazione: le Iadi e le Pleiadi. Le Iadi sono un gruppo di stelle giovani disposte a V vicino ad Aldebaran che formano uno dei più popolari ammassi aperti (a occhio nudo se ne vedono 5 o 6). Nella storia della fisica le Iadi sono importanti perché su di esse il 29 maggio 1919, durante un'eclisse totale di Sole, Arthur Eddington misurò uno spostamento di posizione apparente dovuto alla curvatura dello spazio causata dalla massa della nostra stella, fornendo così una spettacolare prova a favore della teoria delle relatività generale di Einstein. Le Pleiadi, indicate come M 45 nel catalogo di Messier, sono l'ammasso aperto di giovani stelle più ammirato di tutto il cielo, cantate da poeti antichi (Omero) e moderni (D'Annunzio). Queste stelle non sfuggirono ai cinesi, che le ricordano negli annali del 2357 a.C., né ai popoli precolombiani, come i Maya, gli Aztechi e i pellerossa Cheyenne. A occhio nudo si distinguono sei o sette stelle, a seconda dell'acutezza visiva.
Tra gli oggetti deboli, la vera attrazione del Toro è M 1, la famosa Nebulosa del Granchio o Crab Nebula, il più importante residuo di una supernova: appare come una nebulosa planetaria dalla forma ovale. Già notata dal fisico e astrofilo inglese John Bevis nel 1731, fu riscoperta da Messier il 28 agosto 1758. Lord Rosse nella seconda metà dell'Ottocento notò i filamenti rosa attorno alla zona nebulare più densa e per questo la definì “Crab Nebula”. Nel 1921 Lundmark, confrontando due fotografie riprese a distanza di tempo, scoprì che i suoi gas sono tuttora in espansione a circa 1300 km al secondo! Poiché è approssimativamente nota la distanza, si può risalire all'epoca dell'esplosione e si è giunti a identificare la Crab Nebula con i resti della supernova osservata dai cinesi nel 1054.
Siamo alla penultima tappa della nostra incursione nel cielo invernale: la costellazione dei GEMELLI, un gruppo di stelle già identificato dai babilonesi. Alfa è Castore, appartiene a un interessante sistema multiplo scoperto da Cassini e poi studiato da Bradley e Herschel: quest'ultimo, dal moto delle due stelle principali, potè trarre la conclusione che la legge di gravitazione di Newton è davvero universale. Beta è Polluce, una stella di colore giallo che contrasta con il bianco di Castore.
Come ultima costellazione parliamo dell'AURIGA (o COCCHIERE). L'occhio è subito attratto da Alfa, chiamata Capella, che brilla di luce giallo-oro vicino allo zenit nelle notti di febbraio. Non ci sono altre stelle interessanti, nell'Auriga però spiccano tre ammassi aperti piuttosto lontani ma molto belli se visti con binocoli potenti e a largo campo. Il primo è M 36, osservato da Le Gentil nel 1749; c'è poi M 37, catalogato da Messier nel 1764 e M 38, scoperto da Le Gentil nel 1746.
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